Ogni notte, con le mani ancora sporche

Ogni notte, con le mani ancora sporche
del giorno tra i miei passi falsi,
raccolgo, nella cavità concava
delle mie mani, i tuoi occhi. Guardo
ciò che non vedo più; ricordo, soltanto.
Ma il verde è ancora verde – per ora,
questo so – nonostante i castani e gli azzurri,
il loro sapore, il loro odore, il loro calore.
Evanescenze.

Verdi, li poso di nuovo nel barattolo,
sul comodino, accanto al letto. Penso:
sottovuoto non c’è vita. Nemmeno il masochistico
piacere dell’aria irrespirabile; la fine
c’è già stata, malgrado l’impreparazione.
“Lo sguardo è vuoto e fisso:
non muta nulla, ma cinge la forma
del presente”. Assassina, la subconscia intelligenza.

Verdi ancora, accanto. Immobili.
Li giro tra le mani, non li guardo più e giuro:
c’è un baule che vi attende. Magari domani…

L.

munch-separazione-1896-oslo-munch-museet

Separazione – E. Much

 

 

 

04:21 a.m.

Insomnie
et moi, équilibriste de rêves fugitifs,
j’essaie de m’enfuir moi-même
de celle que je reconnais être ma réalité
cachée : croire tout conquérir,
tout contrôler, tout saisir
pour me retrouver après empêchée,
suivie partout par l’homme qui ne tue pas,
qui veut seulement l’éloignement
perceptible. Découvrir, enfin,
qu’il avait toujours été assis au fond
de ma chambre, près de mon lit
en me regardant dormir, en attendant mon réveil.
Découvrir, enfin, que son nom
chevauche chaque lettre de mon prénom.

Dehors, les oiseaux chantent déjà.

L.

fuseli-the-nightmare

  The nightmare – Fussli

 

Insonnia
ed io, equilibrista di sogni fuggitivi,
provo a sfuggire io stessa
a quella che riconosco essere la mia realtà
nascosta: credere di conquistare ogni cosa,
di controllare ogni cosa, di afferrare ogni cosa
per ritrovarmi poi impedita,
seguita dappertutto dall’uomo che non uccide,
che vuole soltanto la distanza
percepibile. Scoprire, infine,
che era sempre stato seduto in fondo
alla mia camera, vicino al mio letto
guardandomi dormire, aspettando il mio risveglio.
Scoprire, infine, che il suo nome
si sovrappone ad ogni lettera del mio nome.

Fuori, gli uccelli cantano già.

Che io sia qui, che viva

Che io sia qui, che viva
è un fatto di importanza
assai trascurabile.
Che io sia qui viva
e che respiri – a volte
a fatica – non ha lo splendore
dorato del privilegio, lo stupore
estasiato della meraviglia;
affatto credibile il palliativo
dell’unicità, l’alibi del destino,
il progetto della Volontà Superiore,
l’essenzialità della presenza…
Vana vanità l’orgasmica carezza
al proprio io: altro avrei potuto essere,
altrettanto compimento raggiungere.
Che io sia qui, che esista
è puro caso
in uno spazio del caso, in un tempo del caso.
Tuttavia, temo – ah, superbia dei manchevoli! –
di passare pur sapendo che il passaggio
nulla avrà cambiato al mondo
se non me stessa.

L.

sic transit gloria mundi scuola napoletana

Sic transit gloria mundi (Scuola Napoletana)

#5 – À bientôt, ma belle Bologne!

Ogni circostanza visibile e concreta che avvertiamo come nuovo punto di partenza non lo è mai davvero: le radici dei nuovi inizi affondano più indietro nel tempo, difficile precisare con esattezza il momento, eppure ogni volta che crediamo di cominciare, in realtà, abbiamo sempre già cominciato.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. E’ ancora Agosto, ma l’aria odora già di Settembre, del nuovo anno che si dispiega davanti allo sguardo della mente. Chi non rinuncia a prestar fede alla legge del calendario pecca di superficialità. Impercettibilmente, progressivamente mutano la consistenza dell’aria, che si fa umida e fresca, e gli odori che trasporta, sfumano i colori, riprendono le attività e si formulano nuovi propositi accompagnati da una luminosità diffusa ma più flebile e gradualmente più cupa, quando lo strato di nubi si infoltisce a tal punto da far perdere le tracce del disco giallo del sole, da non permetterne l’identificazione in un punto del cielo. Settembre è la soglia del possibile, il pozzo di raccolta delle maturazioni dei mesi precedenti. Gli anni non iniziano a Gennaio e Settembre comincia gli ultimi giorni di Agosto.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. Mi sento leggera e non perché viaggio senza bagagli pesanti (anche se bisogna ammettere che avere soltanto uno zainetto è un buon aiuto). Avverto la leggerezza di chi, consapevole della pesantezza che il proprio animo si porta addosso e dell’impossibilità di sbarazzarsene con una scrollata di spalle, non può far altro che osservarla, studiarla dall’esterno per prendere coraggio e passarvi attraverso. C’è aria di progettualità. Il cielo emana una luce fuligginosa, più o meno forte a seconda degli spostamenti delle nubi, che, in un gioco di chiaro-scuri, ora accende, ora spegne i gialli e i rossi degli edifici. Il ripopolamento di questo ettagono di mattoncini e sampietrini è lento, o forse semplicemente nascosto nelle poche aule studio già aperte, nel caldo delle stanze affittate, e tuttavia costante. Isola e sirena, approdo e stimolo al viaggio, Bologna richiama a sé, dal temporaneo esilio, i marinai ospitati in altre terre. Su tutto, specialmente sul brulichio stranamente silenzioso delle vie, svettano le torri come fari.

 

21329423_10213988891986043_1442221870_oLa voce calda e roca di Guccini che mi sussurra all’orecchio ciò che io vorrei saper dire, guida il mio incedere; soltanto i semafori, subito gialli, mi costringono ad accelerare una lentezza che non vorrei modificare perché non c’è nulla da cui desideri scappare. Qui, sento che tutto mi appartiene e non c’è qualcosa che non voglia trattenere, anche il dolore ha il suo peso specifico che non può essergli negato.
Cammino di giorno, cammino anche di notte. Sotto la coperta buia del cielo sul quale, sparite le stelle, la luce dei lampioni soltanto si incastona; i miei passi sanno già dove dirigersi. Tremendo e sincero, Guccini mi ricorda che il tempo andato non ritornerà e io, impenitente, ignoro lui e quella consapevolezza, già presente tra le mie crepe, che continua a mormorarmi attraverso le cuffiette. Cerco il sapore dell’inizio, delle possibilità e di chi mi ci ha introdotta per mano. Il sapore della fine, l’allappante nostalgia che non desidera, ce l’ho già in bocca e non è ciò a cui voglio dare spazio. Non stasera, almeno.
Mentre scruto le finestre, preda di un letterario gioco voyeuristico, per scorgere i dettagli degli arredamenti e lo svolgersi delle esistenze, mentre l’odore di canne mi entra nelle narici come una fragranza femminile e si mescola a quello di piscio e a quello di detersivo sparso con le pompe sotto i porticati da pulire, penso a quante volte ho percorso le stesse strade. Quante volte non le ho cambiate, quanto non ho considerato, quanto ancora non conosco. Eppure, rincuorata da un senso di es muss sein che mi coglie davanti alla piazzetta di Chiesa San Francesco, so che stasera tutto ciò che vale è inseguire sul selciato le mie proprie orme per ritrovare ciò che sono stata, per guardarmi come sono.

 

Una abat-jour non mia e una marmotta che mi guarda sonnacchiosa, le pale del ventilatore inarrestabili contro la cappa di calore e le buste dei rifiuti accostate all’ingresso. Svuotata, questa casa fa paura, mette a disagio. Spogliata degli ornamenti resta soltanto quello che è: delle mura e un tetto digradante. Quello che è stato si perde nell’intonaco non più bianco, nella polvere nascosta sotto al letto, nel forno incrostato, nello specchio deformante, nell’attaccapanni improvvisato, nelle luci malfunzionanti e rotte.
Sto facendo qui quello che dovrei fare dentro di me: imbustare, buttare, conservare, pulire, ordinare, chiudere a chiave e andare via. Nulla da dimenticare, tutto da trattenere e, nonostante ciò, sebbene vi sia sempre qualcosa di nuovo da considerare e il trasloco sembri un’operazione infinita, partire.
Interne spinte centrifughe inducono ad intraprendere altri percorsi; lunghezza e intensità dei legami coinvolti non sono risparmiati. Ma come in ogni grande amore spezzato, pur sapendo che ciò che si potrebbe ritrovare avrà certamente cambiato fisionomia, l’impulso ad andare non è mai disgiunto dalla speranza di tornare, arricchiti, cambiati, forse più forti e decisi, senza aver mai smesso di pensarsi.

À bientôt, ma belle Bologne!

L.

Dal Globe a Porto San Giorgio: il Riccardo III …on the beach!

Sulla Jeune Europe è ora disponibile la mia recensione dell’ultimo appuntamento (…ma solo per quest’anno!) con Shakespeare on the beach, la rassegna letteraria ideata da Cesare Catà.

Si parla di un Riccardo III dalle tinte fosche, “un uomo sfinito mosso dalla sete per il potere e inserito nella guerra più grande, quella della vita che non risparmia nessuno e nella quale tutti siamo arruolati”.
Per leggere di più: Dal Globe a Porto San Giorgio: il Riccardo III …on the beach!

Gli altri Magical Afternoon. Lezioni-spettacolo sulla grande letteratura iniziano mercoledì, a Rocca Tiepolo.
Enjoy! 

version française disponible ici: Du Globe à Porto San Giorgio: Richard III …on the beach!

L.

Si ritira il giorno nella corolla smerlettata

Si ritira il giorno nella corolla smerlettata,
nel guscio forato arretra,
mentre la cicala, stanco aedo sofista,
sa che non è più peccato cessare
d’intonare il canto: squisita confusione dei sensi
è prerogativa dell’ombra ch’evolve
– brullo il selciato, scomposti gli arbusti dimessi,
pericolanti le recinzioni, sparsi i boccioli nascosti,
indecisi gli stormi, irregolari i mattoni,
casuali erronei forse infantili i paesaggistici cromatismi –
in un senso di compiutezza momentanea.
Nessuno lo vede, anima mia:
al buio, la logica del caos è un ordine perfetto.

L.

jean-françois millet, contadina che brucia l'erba

Jean-François Millet, Contadina che brucia l’erba

Se non rimbombasse
nelle tempie il ticchettio maligno
della goccia sul capo –
sul cuore – sarebbe un rassicurante
sciogliersi di grumi.

Il tonfo invece è sordo; l’eco
si propaga e si riverbera risalendo
le pareti uniformemente intonacate
della cella, si disperde tra le sbarre.

Costante, erode il cranio –
il cuore – con l’imperturbabile indifferenza
della necessità. E più a più scava,
più a più scuote le fondamenta.

Scismi sovrumani in umane corde:
crepata l’interezza,
sgretolata l’artificiosa identità,
la sola verità che resiste è la cenere sabbiosa:
inquieta, sfrigolando ad ogni goccia, riposa.

L.

angelo_prigione_2

Angelo in prigione – R. Ferri

Impotente
l’occhio tuo mi guarda
di sottecchi, grida frasi
incomprensibili salvo al ricordo
che pur mescola voci
sbiadite – provo a interpretare
e non so se il senso, immaginato
o conosciuto, plachi
lo scalpiccio dello stanco mio cuore.

Tu – fumosa stanca anima mia
evadi. Un attimo rapidissimo
(incollato al vetro come al ventre
adorato, alito in quella bocca
servile – appanno e guardo dietro,
l’oggetto d’amore in fuga) spezza il flusso.
L’anno zero inizia. Avverto
la responsabilità tremenda:
autarchia è solitudine, ormai.

L.

magritte-la-reproduction-interdite

La reproduction interdite – R. Magritte

L’essere narrativo dell’uomo e l’apologia della letteratura

Quando venerdì sera, a #RepIdee2017, sono riuscita – per la prima volta, dopo svariati vani tentativi – ad ascoltare dal vivo Roberto Saviano, questo articolo era già stato scritto. Tuttavia, sono rimasta colpita perché anche lui ha parlato di empatia come la prima delle capacità da sviluppare per capire e, conseguentemente, per risolvere laddove possibile. Sono rimasta colpita perché ho pensato che tutto ciò che diceva era effettivamente una narrazione. Saviano racconta delle storie: gioca sull’essere narrativo dell’uomo e sfrutta la letteratura per trasformare il massimo della complessità in una semplicità non banale, bensì comprensibile. Mi sono sentita concretamente confermata nella mia convinzione perciò, sebbene consapevole dell’approfondimento che l’argomento meriterebbe, vi invito a dare un’occhiata a questa pagina che ho scritto per la Jeune Europe.

Trovate tutto qui: L’essere narrativo dell’uomo e l’apologia della letteratura

L.

Sono il filo stretto che mi lega –

Sono il filo stretto che mi lega –
avviluppata in gomitoli di contraddizioni,
mi giro al collo fredde sciarpe di lanose duplicità;
ignoro
l’esistenza del duo che mi fa mi media naranja,
soffro
la mia misconoscenza, l’insignificanza imprescindibile
di ogni destino volto alla cenere in guerra
con l’esaltato patriottismo interno al limite sottocutaneo.

Mi batto il cinque, mano che aderisce
a mano: eppure non so quanti siamo al di là,
al di qua dello specchio.
Un plotone d’esecuzione o una salvezza eterogenea?
Che sia un ponte, il filo?
A saperla ben legare, non stringe – la sciarpa – e scalda.

L.

the-two-frida

Le due Frida – Frida Kahlo