Fantasmagoria meccanica

Il molo, solo il molo in mezzo alla luce che inondava il paesaggio, era impacchettato in una coltre di nebbia. Un bacino di inconsistenza che sfumava i contorni. Si era improvvisamente catapultati in una scenografia posticcia di ombre e non di forme. Il sole, così offuscato, ne era l’unico malfunzionante riflettore.
Fu necessario essere lì più che altrove. Addentrarsi nella nebbia fu come scendere progressivamente in se stessi. Addentrarsi nella nebbia per trovare il senso, che non è mai nitido e risolutivo, ma grigio e interrogativo. Trovarsi lì significava essersi imbattuti nella corrispondente rappresentazione esterna della propria condizione interna, aver  creato un ponte attraversabile sull’abisso.

the-deep-pollocl - un abisso da evitare o da perdercisi dentro

The deep – J. Pollock

Un passo dopo l’altro, percorse un tratto di quel molo fumoso. L’orizzonte risultava inaccessibile allo sguardo e così pure la strada per esso. Soltanto guardando in basso erano rintracciabili le coordinate necessarie all’incedere: il muro a destra, i tripodi a sinistra. Scorci di materialità solida e reale, utili, certo, ma non indispensabili. Conosceva quel posto – ci andava spesso e per ragioni diverse – perciò, quando si trovò circa alla metà, lo avvertì e si fermò. Poi si voltò ad osservare la dispersione dei passi fatti fin lì.

Una serie di panchine equidistanti tra loro erano fissate al muro bianco alto ruvido. Si sedette.
Davanti a sé l’acqua si muoveva appena e soltanto per uno strano gioco allucinatorio di luccichii che si allontanavano come stormi. La luce si stava facendo largo nel cielo caliginoso concentrandosi in un unico punto. Improvvisamente tutto apparì talmente preciso che pensò: – Mi siedo nel punto in cui mi sdoppio, l’Altro che si manifesta sono io. Posso osservare solamente la bonaccia che mi si mostra di fronte, è vero, tuttavia ora so che esiste un Aldilà del muro che, pur non manifestandosi nelle sue fattezze più esplicite, riesco ad avvertire distintamente come fosse proiettato davanti a me nella sua totalità.   –  Fu una completa scomposizione: la figura era stata smembrata, i contorni erano svaniti, i piani si intersecavano. La tragedia di un sistema e la nascita di un mondo. Il lampo che illumina il più brutale degli assassinii e il più dolce degli amplessi. La vita condensata in un istante: un mostro composito il cui numero di teste, occhi, bocche, arti varia al variare delle persone che rappresenta. Il precedente spaventato disgusto per il polimorfismo umano appariva ora un’affascinante forma di compiutezza, talmente perfetta da far provare una strana sensazione di pace, come una riconciliazione. Finalmente.
Passò un motoscafo, rientrava in porto. L’uomo che vi era sopra, assorto nei suoi pensieri, era incurante del molo e di chi lo osservava da lì, ma la Visione ormai si era interrotta: la riconciliazione è una prerogativa esclusiva della solitudine, il contatto umano – in quanto confronto – genera inevitabilmente irrequietezza e conflitto.  Si sentì immediatamente pesante, preda del disorientamento di chi, persi tutti i punti di riferimento, deve crearne di nuovi a partire dall’evanescente e dal confuso. Fu naturale allora alzare gli occhi al cielo, spazio etereo fonte di conforto per quelli che hanno bisogno di credere in qualcosa. Vide che il monte dall’altra parte della baia stava pian piano emergendo, la nebbia scendeva verso il basso come un sipario che cade e svela la scena. Lo strappo nel cielo di carta. L’inganno che si scopre all’improvviso, quando si smette di guardarsi i piedi e si solleva lo sguardo.
Forse tutto ciò era servito a scavare più a fondo dentro di sé, eppure l’unico risultato era stato un cumulo di domande maggiore rispetto a quello di partenza, nessuna risposta e un’unica dubbiosa certezza: la perdita di senso è il senso stesso.

L.

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