#4 – Attraversare e attraversarsi


IMG-20160809-WA0027.jpgInspira
.
Fresca, pulita, l’aria scende ai polmoni come se fossero il suo destino. Rigenera e riempie.
Espira.
La montagna, un attimo prima raccoltasi dentro di te, è di nuovo fuori. Rocce, fiori, nuvole, prati sono stati sentiti e tornano a prendere il loro posto all’esterno. Solo ora la montagna è realmente visibile, solo dopo che la si è respirata.
Contempla.
Ammira.
Stupisciti.
Ammutolisci.
La montagna è imperativa, ha le sue leggi e parla per punti esclamativi che l’eco poi riverbera.Impara ad ascoltarli e sarai pronto per dialogare con lei.
La montagna è un rito di iniziazione.
Inizia a camminare.


2.015 metri: la cabinovia ci lascia qui, in aperta montagna a guardarci intorno entusiasti al pensiero della nostra piccola avventura. Ci diamo giusto il tempo di rifocillarci e di rilassarci, poi partiamo, sommariamente attrezzati e spavaldi quanto basta per iniziare a camminare rimbeccandoci l’un l’altro, scherzando.  Ma la fatica non tarda a farsi sentire: più il percorso disperde il suo lato erboso lasciando spazio alla bianca pietra, più la salita, l’alta quota, lo sforzo impongono attenzione e giusto dosaggio di energie. Improvvisamente tacciamo quasi del tutto e, mentre continuiamo la marcia su quell’unico sentiero che serpeggiando si avviluppa su per l’altura, il nostro respiro affannoso si disperde nel vuoto.
Non siamo veloci, il nostro passo non è allenato e ogni tanto, pur sapendo quanto ciò sia controproducente, abbiamo bisogno di fermarci per riprendere il fiato e la vitalità che la difficoltà della salita ci ha tolto. Procedo fiacca e stanca, in un certo senso umiliata nell’idea della mia resistenza, ma desidero arrivare in cima, vedere cosa mi aspetta, a cosa è servito mettersi in moto e sopportare. Continuo ad avanzare. La prima risposta la ottengo ogni volta che smetto di concentrarmi sulla via accidentata e mi guardo intorno: il cammino stesso è la risposta. La seconda la ottengo non appena, finalmente, giungiamo al rifugio: io, sono io la risposta. Io che compiendo la traversata mi sono attraversata e che non smetto di rigirare tra le mani della mente quei versi che conoscevo e che ora mi divengono così cari:

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
[…]
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare
.

 

IMG-20160809-WA00972.433 metri: l’aria colpisce il viso, si infila sotto le maniche, raffredda ma non congela; il disco giallo del sole scalda ogni faccia di ogni roccia prima di sparire dietro la vetta; il panorama trascina la vista in un gioco di vertigini verso l’alto e verso il basso, come nelle montagne russe.

Insieme alle bandiere che sventolano affacciate sull’alto di una roccia, pianto anche la mia, quella dei miei pensieri aggrovigliati. Li lascio liberi a prendere aria per rimettermeli addosso più puri al momento del ritorno perché è vero che animum debes mutare, non caelum, ma è altresì vero che alcuni luoghi sono più adatti di altri per cambiarci d’animo ed è un’illusione credere che un luogo non faccia un pensiero.

2.433 metri: la montagna ridimensiona, riporta ogni cosa al suo giusto valore; avverto che ogni soddisfazione piena che si rispetti è tanto più emozionante quanto più è faticosa.

Ceniamo, giochiamo a carte, beviamo, ridiamo tanto e prima di andare a letto, pur sapendo già che dormiremo pochissimo, ci fermiamo a guardare le stelle. Col naso all’insù, nella solitudine in compagnia che riesco a ritagliarmi, penso che sì, siamo assolutamente parte dell’universo e non c’è fibra del mio corpo che non assenta, ma anche che no, non ne siamo affatto il centro. Come si può, soffermandosi sull’immensità che ci circonda e ci sovrasta, sentirsi anche solo per un momento al centro? Chi ci ha insegnato a prenderci così sul serio da non saper accettare che la nostra vita è solo l’angolo di una stanza gigantesca? Mi viene in mente un passo de Le Memorie di Adriano che ho letto poco prima di cena:
“L’uomo che contempla gli astri, e gli astri contemplati ruotano ineluttabilmente verso la loro fine, segnata in qualche punto del cielo. Ma ogni momento di questa caduta rappresentava un tempo d’arresto, un riferimento, il segmento di una curva, solida quanto una catena d’oro. Ogni slittamento ci riconduceva a quel punto che , oggi, dato che per caso ci siamo trovati a viverci, ci appare un centro.”
20160809_210330

Due stelle cadenti, un desiderio. Dormiamo.
Per il sorgere dell’alba siamo di nuovo in piedi, ogni spettacolo è prezioso e non va perso.
Di nuovo Le Memorie di Adriano irrompono nella mia mente e un altro passo letto la sera prima si fa ora profezia:
“Sulla cima era stato costruito un rifugio dove poter attendere l’alba. Questa alfine spuntò: un’immensa sciarpa d’Iride si distese da un orizzonte all’altro; strani fuochi brillarono sui ghiacci della vetta; la vastità terrestre e marina si dischiuse al nostro sguardo sino all’Africa, visibile, e alla Grecia che s’indovinava. Fu uno dei momenti supremi della mia vita. Non vi mancò nulla, né la frangia dorata di una nube, né le aquile, né il coppiere dell’immortalità”.

IMG-20160810-WA0007

 

Il mattino saliamo ancora a 2547 metri, qualcuno di noi si spinge a 2893. Nel pomeriggio iniziamo la discesa e a dispetto dell’opinione più comunemente diffusa che la vuole semplice e serena, mi rendo ben conto di quanto così non sia. Certamente differisce dalla salita per il genere di difficoltà, ma l’attenzione che richiede non è minore. Bisogna fare forza sulle gambe, tenere l’equilibrio, cercare di non scivolare sul letto di pietre che ricopre il sentiero. Tornare indietro non è mai una passeggiata.
Di tanto in tanto, durante il cammino a ritroso, diamo una rapida occhiata in alto: vediamo il rifugio farsi sempre più piccolo ad una velocità inversamente proporzionale a quella di andata, quando tardava a mostrarsi solido, intero, grande. Così impegnata a mettere i piedi nei punti giusti per non cadere, mi volto poco, quel tanto che basta a capire che l’unica cosa da fare, mentre si scende, è serbare il ricordo dell’altezza – impossibile frenare l’incertezza: tornerò mai lassù? L’unica vera certezza è verso dove ci si sta dirigendo poiché da lì ci è messi in cammino.

Allora l’occhio della mente trasforma le distese pianeggianti e collinari, ne cambia il colore, attribuisce loro un diverso senso di apertura e di libertà. Mi crea il miraggio del mare.
Ultime foto, cabinovia, valle.
Saliamo in macchina e ripartiamo verso casa.

L.


Qui:  informazioni utili
Qui: Rifugio C. Franchetti
Qui: cabinovia La Madonnina (Prati di Tivo)

Questo slideshow richiede JavaScript.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...