Fertility Day non è un hashtag!

Sono solita evitare di commentare l’argomento di tendenza del momento perché le fila dei giudizi perentori e passeggeri del mondo sul mondo sono già oltremodo nutrite e credo che il silenzio non sia sempre una forma di disinteresse e mancanza di personalità, ma una presa di posizione anch’essa. In questo caso, però, mi sento a mio modo direttamente coinvolta e non rinuncio nemmeno io a qualche riga sul Fertility Day.

fertility-day-3Ritengo che un Paese che tiene davvero a risollevare la sua anima vecchia stanca e arrabbiata debba provvedere al corretto funzionamento di tutti quei servizi fondamentali per garantire  non solo buone condizioni di vita ai futuri nascituri ma in primo luogo la realizzazione come individui ai propri cittadini.
Asili, scuole, trasporti pubblici, maternità pagate, stipendio dignitoso, mobilità lavorativa nei primi anni di lavoro e non per tutta la vita, orari di lavoro civili, stage tirocini praticantati meno lunghi e più funzionali, educazione alla sessualità per bambini ed adolescenti,  centri di cura per anziani.. questi e tanti altri sono i servizi che fanno la differenza, che consentono di pensare di avere dei figli. E, si badi bene, non è la donna con la sua fertilità che decide di averne, non è una questione a senso unico, ma è la famiglia a fare il grande passo! Sono due persone che consapevolmente desiderano prendersi cura di un’altra vita. Questo, per quel che mi riguarda, penso valga anche per le coppie omosessuali che non possono avere figli biologici – come molte coppie eterosessuali, per altro – e vorrebbero ricorrere all’opportunità dell’adozione, altro servizio malfunzionante e sottovalutato.

FERTILITYTrovo, inoltre, che la giornata di riflessione sulla denatalità del nostro Paese (perché mi pare di aver capito che sia questo l’obiettivo dichiarato dal Ministro Lorenzin) sia l’ulteriore dimostrazione del modo inefficace, poco lungimirante e poco serio che l’Italia adotta sistematicamente per la risoluzione dei suoi problemi: la creazione di un evento.
Ciò che più conta sembra essere il gesto plateale, i commenti le condivisioni i mi piace, far parlare di sé nonostante tutto, lasciare appiccicata alle persone l’idea di aver fatto veramente qualcosa.. E allora, che cosa c’è di meglio di un evento? Magari dandogli un nome in inglese e magari anche lanciando un hashtag. Non c’è nulla di più superfluo ed evanescente e gli occhi che s’indorano a questa vista sono quelli di chi  vuole aggrapparsi a qualche sicurezza – qualunque essa sia. Un evento, per quanto seguito esteso riuscito, avrà sempre un bacino di partecipanti ridotto rispetto alla totalità della cittadinanza e sarà sempre limitato ad un’area spazio-temporale – senza dimenticarsi che le parole scivolano via presto e noi, cacciatori di farfalle, sulle spalle non ci portiamo quasi mai un retino pieno.

fertility-day-963180_w504h504E se non amo la logica dell’evento politico, non amo nemmeno – e, anzi, temo – quella della retorica banale che cavalca le masse e che mi auguro di non sentire a proposito del Fertility Day e della sua assurdità.
In questo caso, mi riferisco in particolare all’idea di donna=madre che è stata alimentata nel tempo ed evidentemente si è sedimentata nelle coscienze.
Sono convinta che essere donna sia una condizione preesistente ed autonoma rispetto all’essere madre. Nella donna ci sono la dignità, il valore, i bisogni che sono propri dell’ essere umano indipendentemente dal suo utero e che permangono anche una volta avuti dei figli. Una madre, per non annullarsi come persona, dovrebbe sempre ricordarsi di essere soprattutto una donna.
Mi rendo conto che a qualcuno potrebbe sembrare ridicola la ricerca della primogenitura tra donna e madre, invece credo sia fondamentale soffermarcisi perché a furia di ritenere tutto poco importante si arriva a perdere di vista ogni sfumatura, ogni dettaglio che può fare e fa la differenza, finendo per gettare qualsiasi cosa nello stesso calderone eterogeneo di superficialità e piattezza.
Per questo motivo, reputo allo stesso modo doveroso sfatare il mito della superiorità ontologica della madre sulla donna. Trovo che sia un mito creato e alimentato da una logica maschilista – diffusasi poi anche tra le donne –, un po’ possessiva, che vede la figura femminile legata alla casa e ai figli senza reale possibilità di scelta e da un bieco cattolicesimo per cui scegliere di non procreare equivale alla rinuncia provocatoria del “grande dono di essere madre” senza considerare che un dono è tale soltanto se desiderato, altrimenti è un’invadenza.

Il 22 Settembre, quindi, mi auguro sia l’occasione per gridare che non siamo il nostro utero, la nostra capacità procreativa, ma persone e cittadini e quello che ci è indispensabile è uno Stato presente che ci sostiene e ci consente una libera scelta consapevole.

L.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...