Inès si mette un braccio dietro la testa al posto del cuscino. Le ci sono voluti giorni di solitudine, forzata e in parte anche cercata, l’anima pesante e un po’ di fortuna per accorgersi che dalla sua camera, se lascia la tendina alzata, può vedere il cielo restando lì distesa. Nulla di eccezionale, una banalità; eppure le fa bene.

Ci sono momenti a volte in cui lo spirito è irrequieto senza ragione apparente, difficile da placare perché le cause prime di quei movimenti sotterranei restano opache. Poco importa che risultino tali per mancanza di tempo o voglia di indagarle a fondo, per il bisogno di sentirsi in qualche modo pieni o per la punta di masochismo che fa desiderare il dolore dolciastro del raccontarsi ciò che manca. Semplicemente accade. E questo cielo stellato ha il sapore di una consolazione,  è il dito amato che asciuga l’incavo dell’occhio prima che pianga.

Guarda in alto per un tempo che non saprebbe quantificare, fino a chiudere gli occhi. Così, con le palpebre calate, il braccio sempre dietro la testa al posto del cuscino e le tempie che pulsano, sente che il cielo bussa sul vetro della finestra, preme, chiama, vuole attenzione e “pesa come un coperchio”. Si gira verso il muro, coperta a metà fingendo di non esserci. La sensazione di essere osservata però non se ne va e neanche tirare la coperta fino alle orecchie serve a qualcosa.

Non guardarmi più cielo! Per oggi basta così, una riflessione alla volta. Se mai ci sarà un momento in cui ricomporrò i pezzi di questa esistenza non sarà di certo questo.

Così però fa caldo davvero, suda e il piede fuori dalla coperta non rinfresca abbastanza. Si alza e apre la finestra. Lascia che insieme alla brezza notturna entri anche il cielo, lascia che le si stenda a fianco. Si gira comunque verso il muro, di nuovo.
Non sono pronta per fare l’amore stanotte… un cielo di stelle… troppo romantico, non sono pronta davvero. Stanotte mi è sufficiente dormire.
A domani pensiamo domani.

L.

 

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