#5 – À bientôt, ma belle Bologne!

Ogni circostanza visibile e concreta che avvertiamo come nuovo punto di partenza non lo è mai davvero: le radici dei nuovi inizi affondano più indietro nel tempo, difficile precisare con esattezza il momento, eppure ogni volta che crediamo di cominciare, in realtà, abbiamo sempre già cominciato.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. E’ ancora Agosto, ma l’aria odora già di Settembre, del nuovo anno che si dispiega davanti allo sguardo della mente. Chi non rinuncia a prestar fede alla legge del calendario pecca di superficialità. Impercettibilmente, progressivamente mutano la consistenza dell’aria, che si fa umida e fresca, e gli odori che trasporta, sfumano i colori, riprendono le attività e si formulano nuovi propositi accompagnati da una luminosità diffusa ma più flebile e gradualmente più cupa, quando lo strato di nubi si infoltisce a tal punto da far perdere le tracce del disco giallo del sole, da non permetterne l’identificazione in un punto del cielo. Settembre è la soglia del possibile, il pozzo di raccolta delle maturazioni dei mesi precedenti. Gli anni non iniziano a Gennaio e Settembre comincia gli ultimi giorni di Agosto.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. Mi sento leggera e non perché viaggio senza bagagli pesanti (anche se bisogna ammettere che avere soltanto uno zainetto è un buon aiuto). Avverto la leggerezza di chi, consapevole della pesantezza che il proprio animo si porta addosso e dell’impossibilità di sbarazzarsene con una scrollata di spalle, non può far altro che osservarla, studiarla dall’esterno per prendere coraggio e passarvi attraverso. C’è aria di progettualità. Il cielo emana una luce fuligginosa, più o meno forte a seconda degli spostamenti delle nubi, che, in un gioco di chiaro-scuri, ora accende, ora spegne i gialli e i rossi degli edifici. Il ripopolamento di questo ettagono di mattoncini e sampietrini è lento, o forse semplicemente nascosto nelle poche aule studio già aperte, nel caldo delle stanze affittate, e tuttavia costante. Isola e sirena, approdo e stimolo al viaggio, Bologna richiama a sé, dal temporaneo esilio, i marinai ospitati in altre terre. Su tutto, specialmente sul brulichio stranamente silenzioso delle vie, svettano le torri come fari.

 

21329423_10213988891986043_1442221870_oLa voce calda e roca di Guccini che mi sussurra all’orecchio ciò che io vorrei saper dire, guida il mio incedere; soltanto i semafori, subito gialli, mi costringono ad accelerare una lentezza che non vorrei modificare perché non c’è nulla da cui desideri scappare. Qui, sento che tutto mi appartiene e non c’è qualcosa che non voglia trattenere, anche il dolore ha il suo peso specifico che non può essergli negato.
Cammino di giorno, cammino anche di notte. Sotto la coperta buia del cielo sul quale, sparite le stelle, la luce dei lampioni soltanto si incastona; i miei passi sanno già dove dirigersi. Tremendo e sincero, Guccini mi ricorda che il tempo andato non ritornerà e io, impenitente, ignoro lui e quella consapevolezza, già presente tra le mie crepe, che continua a mormorarmi attraverso le cuffiette. Cerco il sapore dell’inizio, delle possibilità e di chi mi ci ha introdotta per mano. Il sapore della fine, l’allappante nostalgia che non desidera, ce l’ho già in bocca e non è ciò a cui voglio dare spazio. Non stasera, almeno.
Mentre scruto le finestre, preda di un letterario gioco voyeuristico, per scorgere i dettagli degli arredamenti e lo svolgersi delle esistenze, mentre l’odore di canne mi entra nelle narici come una fragranza femminile e si mescola a quello di piscio e a quello di detersivo sparso con le pompe sotto i porticati da pulire, penso a quante volte ho percorso le stesse strade. Quante volte non le ho cambiate, quanto non ho considerato, quanto ancora non conosco. Eppure, rincuorata da un senso di es muss sein che mi coglie davanti alla piazzetta di Chiesa San Francesco, so che stasera tutto ciò che vale è inseguire sul selciato le mie proprie orme per ritrovare ciò che sono stata, per guardarmi come sono.

 

Una abat-jour non mia e una marmotta che mi guarda sonnacchiosa, le pale del ventilatore inarrestabili contro la cappa di calore e le buste dei rifiuti accostate all’ingresso. Svuotata, questa casa fa paura, mette a disagio. Spogliata degli ornamenti resta soltanto quello che è: delle mura e un tetto digradante. Quello che è stato si perde nell’intonaco non più bianco, nella polvere nascosta sotto al letto, nel forno incrostato, nello specchio deformante, nell’attaccapanni improvvisato, nelle luci malfunzionanti e rotte.
Sto facendo qui quello che dovrei fare dentro di me: imbustare, buttare, conservare, pulire, ordinare, chiudere a chiave e andare via. Nulla da dimenticare, tutto da trattenere e, nonostante ciò, sebbene vi sia sempre qualcosa di nuovo da considerare e il trasloco sembri un’operazione infinita, partire.
Interne spinte centrifughe inducono ad intraprendere altri percorsi; lunghezza e intensità dei legami coinvolti non sono risparmiati. Ma come in ogni grande amore spezzato, pur sapendo che ciò che si potrebbe ritrovare avrà certamente cambiato fisionomia, l’impulso ad andare non è mai disgiunto dalla speranza di tornare, arricchiti, cambiati, forse più forti e decisi, senza aver mai smesso di pensarsi.

À bientôt, ma belle Bologne!

L.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...