Affacciato al balcone del tuo desiderio

Affacciato al balcone del tuo desiderio,
nella luce sottile del giorno
che chiede tregua e si nasconde,
con un occhio chiuso a sbirciarti dentro,
a concentrarti sul tuo battito del cuore,
fumi;
con l’altro aperto spii la mia intimità,
entri nelle stanze private,
rompi il segreto della nudità,
scuci le tende di piombo.
Ma la sigaretta brucia e bruciano
l’eccitazione il voyeurismo il desiderio
ed io con loro sul palco delle fini
imposte, alla luce del giorno.

Tu dentro la tua finestra chiusa,
io dentro la mia finestra aperta:
e mentre si fa specchio l’assenza del vetro,
con le mani, triste, cerco di colmare
le mie falesie morte.

L.

Camille Claudel, La valse

Camille Claudel, La valse

Poi senza accorgersene

Poi senza accorgersene, sotto il sole che picchia,
finalmente l’acqua che disseta
e scioglie i grumi – le labbra umettate,
il sesso turgido, la mente rorida:
la terra inumidita.
Rapida illusione di fertilità: era uno sputo,
il tuo sputo subito calpestato. Non è più
nemmeno dolore, è solo desolazione –
quale un campo che prova a rinverdire e sempre
si secca, dove il sole non riscalda
né nutre, ma cuoce.
Guardami tu, che sai decifrarmi (se davvero lo sai):
arsa, mi vesto dei colori della terra,
mi vesto di argilla;
e se spingo l’indice dentro l’ombelico
scivolo al centro del vuoto.

L.

cof

Jenny Saville exhibition at Scottish Nation Gallery of Modern Art (Edinburgh), August 27th (2018)

Stanca, la cavalla mi guarda –

Stanca, la cavalla mi guarda –
la pupilla lucida immobile e indagatrice. Non so,
non lo so come farò in assenza di desiderio
a venirmi incontro: l’impagliatura
delle mani – tensione asintotica alla vita che scorre
sul greto – nemmeno spaventa più,
nemmeno fa più ridere. E’, semplicemente:
secco grumo di sogni disidratato.
Il vuoto popolato riempiendosi
s’è svuotato – non c’è disillusione
che salvi desiderio.

La cavalla muove la coda, fiacca soffia via
la mosca scattante senza arrestarne il moto
perpetuo. Ancora non sa, la minore,
riconoscere il varco dal vetro,
fa della merda casa sua e però vola.
Scopre, la maggiore, il peso
della consapevolezza, che la vulnerabilità
è l’altra faccia della scorza.

Ti bacio dolce l’occhio lucido, anima mia
–  assolvi l’illusione e il desiderio, lascia spazio
anche alla bellezza abietta:
così fa l’uomo fragile che si accetta.

L.

campo-di-grano-con-volo-di-corvi-Van-Gogh-1890

Campo di grano con volo di corvi, Van Gogh, 1890

Etre une mouette

Etre une mouette
– entre le ciel et la mer
le savoir-faire du savoir-vivre ;
à l’aise partout
entre le ciel et la mer
en chantant le chant
des mariniers perdus au bout de l’abîme,
des aviateurs disparus au fond des nuages.
Etre une mouette
– la beauté sur les ailes,
abritant le calme du ressac,
le rugissement de l’ouragan.
Etre une mouette
– sûre, dans l’absence de limites ;
consciente qu’il n’y a
rien d’autre à (se) demander,
que tout est déjà donné :
à plaindre l’albatros
empêché fatigué frustré…

Etre une mouette
– plus légère, pas plus bête.

L.

 

36857380_10216544464273753_3232160385721171968_n

 

Essere un gabbiano
– tra il cielo e il mare
il savoir-faire del savoir-vivre;
a proprio agio dappertutto
tra il cielo e il mare
intonando il canto
dei marinai perduti al termine dell’abisso,
degli aviatori spariti in fondo alle nubi.
Essere un gabbiano
– la bellezza sulle ali
che accolgono la calma della risacca,
l’ululato dell’uragano.
Essere un gabbiano
– sicuro, nell’assenza di limiti;
consapevole che non c’è
nient’altro da chieder(si),
che tutto è già dato:
da compiangere l’albatros
impedito affaticato frustrato…
Essere un gabbiano
– più leggero, non più stupido.

Profuma di rosa vanita

Profuma di rosa vanita
la candela spenta
mentre impregna l’aria ferma,
il silenzio pensoso dove
le narici soltanto si muovono
per ricordare, al buio.

Di te, so i polpastrelli delle dita
e il candore della pelle, l’impaccio
dell’esser-ci e la determinazione
del volerci essere.
Di me, il ferito e la trincea,
i souvenirs di un passato che incide
e la chance della contingenza
che li plasma – serenità.

Nella beffa del nostro riso
diretto alla vita che si beffa di noi
riconosco la coincidenza
del sentimento esistenziale
– finalmente l’affinità complice,
la certezza d’esser viva e insieme
di non riuscire prima, di non potere poi
restare.

L.

edvard-munch-la-jeune-fille-et-la-mort-1894

La ragazza e la morte, E. Munch, 1894

Ho sentito il tempo passare

Ho sentito il tempo passare, a velocità diverse
arrotolarsi il filo della vita senza poter dire quando
i primi passi non sono più stati i primi
e l’elioterapia non ha scacciato ma allungato
l’ombra proiettata di lato.

Ho sentito il tempo passare, nella ricerca di un attimo
che segnasse la fine
dei vent’anni li ho trovati ancora là,
abbarbicati su un sorriso paterno
e malizioso – come a dire: già la conosci la via
e che indietro non si può tornare.

Ho sentito il tempo passare, nell’immobilità
illusoria dei giorni che evolvono e non si danno
ho inseguito fantasmi di sabbia
lasciando che mi intrecciassero
i capelli pur sapendo ch’ero io – io sola
a farli durare.

Ho sentito il tempo passare, nel cambio di stagione
e del colore dei capelli ho taciuto
la prosaicità del sentimento, l’atelofobia
e l’angoscia del futuro:
nel declino quasi conscio verso il suolo
mi sono fatta sarmento.

Ho sentito il tempo passare, annoiandomi
ad ascoltarmi pensare gli stessi pensieri
irsuti ho costruito l’immagine
di una Nike indifferente, benché orfana
della presunzione di autenticità.

Ho sentito il tempo passare, pelle a pelle
nell’incavo del collo nel vuoto
dell’ombelico nell’intervallo delle dita
nell’intreccio delle gambe e in bilico sulla punta
delle labbra ho desiderato – tra le braccia del battito
di un cuore non mio – l’affinità elettiva.

Ho sentito il tempo passare, e quando e quanto
nel frattempo ho accantonato
ancora mi sfugge; ma fedele ai miei limiti
tremo ancora davanti alle decisioni
che non prendo e non è questo il tempo
del netto di bilancio.

L.

Edward-Hopper-Room-by-the-Sea-1951

Room by the sea, E. Hopper,1951

Piove forte in mezzo a quest’estate

Piove forte in mezzo a quest’estate
in attesa di iniziare – constato un giorno,
affacciata alla finestra: i pugni chiusi
sul mento, la tua mano ormai lontana.
Senza risposta, la domanda – è forse grigio,
il tempo, per rispetto della mia mancanza
o in dipendenza del peso che non sposto
sul passo successivo? – cade
nell’abisso tra l’amore e la venerazione.
Grappoli di gocce sciolgono in silenzio
gli espedienti scelti  per sganciarsi dall’immagine;
e senza più forza, né rabbia per sputare
sull’esistenza misera degli altri, con la canuta
spossatezza di vecchio riflessa
in ogni specchietto d’acqua, lascio affermarsi
la mia inappartenenza.

Voltato lo sguardo all’interno, l’incrostazione
sul bordo del bicchiere rivela i tentativi
di equilibrio mancati: tu assente,
mendico un’aderenza indubitabile a me stessa,
una ri-conoscenza che scacci il romanticismo
dell’impossibile, la vigliaccheria dell’apatia.
Restano i resti sul fondo
della tazza, si addensano le briciole
e lo stoppino della candela esaurisce la sua luce:
nella mia quotidianità consumata, in assenza
di movimento, io stessa sarò reliquia.

L.

Natura morta (c. 1760) di Jean-Baptiste Chardin, Parigi, museo del Louvre

Natura morta (c. 1760) di Jean-Baptiste Chardin, Parigi, museo del Louvre

À Eros

Au cœur du néant résonne la genèse
essentielle d’un amour sans pouvoir
et avec trop de possibilités.
C’est à l’ombre du manque
où vit la vie – puissance
impuissante – qui s’ouvre au milieu
de la vie ; c’est dans la plénitude
de son être où elle meurt.

Et tandis que je bascule dans mon existence,
tandis que j’avance en tâtonnant,
je sais que toi – source ontologique,
racine de tout sens –, tu seras
mon tombeau pour toujours,
mon vide inguérissable.

L.

 

morning-in-a-city-1944

Morning in a city – E. Hopper, 1944

 

Al centro del vuoto risuona la nascita
essenziale di un amore senza potere
e con troppe possibilità.
E’ all’ombra della mancanza
che vive la vita – potenza
impotente – che s’apre al centro
della vita; è nella pienezza
del suo essere che muore.

E mentre nella mia esistenza oscillo ,
mentre  brancolando avanzo,
io so che tu – origine ontologica,
radice d’ogni senso -, tu sarai
il mio sepolcro per sempre,
il mio vuoto inguaribile.

Au final rien ne sera plus

Au final rien ne sera plus et tout
ce qui restera ne sera autre que ton image
– l’image que je me suis faite, dis-je, celle voilée
de mes rêveries, celle dépouillée du quotidien,
un ensemble intègre comme la vie
non vécue seulement pourrait l’être.

Au final la mort nous sera douce :
tu seras à moi, éternellement chéri
dans une lumière apaisante, et moi, sans pouvoir
le dire à personne, je serai à toi,
vouée à une idée qui me tue
le présent et qui me sauve de la réalité.

Au final il n’y aura plus que moi, mon amour
manqué. Le monde ne t’aura pas connu
et je t’aurai oublié en gardant
seulement l’impression de ton existence
possible, près de la mienne.

Au final, mon amour manqué, il n’y aura
plus que moi : j’espère, en ayant beaucoup perdu,
de ne pas avoir tout perdu.

L.

Egon-schiele_abbraccio

Abbraccio – E. Schiele, 1912

 

Alla fine niente sarà più e tutto
ciò che resterà non sarà altro che la tua immagine
– l’immagine che mi sono fatta, dico, quella velata
dalle mie fantasticherie, quella spogliata del quotidiano,
un insieme integro come la vita
non vissuta soltanto potrebbe esserlo.

Alla fine la morte sarà dolce per noi:
tu sarai mio, eternamente custodito
in una luce confortante, e io, senza potere
parlarne a nessuno, io sarò tua,
votata a un’idea che mi uccide
il presente e mi salva dalla realtà.

Alla fine non ci sarò che io, mio amore
mancato. Il mondo non ti avrà conosciuto
e io ti avrò dimenticato conservando
soltanto l’impressione della tua esistenza
possibile, accanto alla mia.

Alla fine, mio amore mancato, non ci sarò
che io: spero, avendo perso molto,
di non aver perso tutto.

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione
– ambigua premura nel gioco
della quotidianità: si paga con la lama
d’ aria sul collo, il peso spostato
dall’altra parte del cuore. E al netto
dei giorni, ignoro leggerezza che sfugga
al vincolo di realtà.

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione.
Lo specchio mi guarda incredulo
negli occhi: ancora tento di assomigliarmi,
ancora mi perdo. Tra i denti della spazzola
non resta che una traccia di te,
anima mia: spezzata, dispersa,
dalla polvere impara l’arte del ritorno
e l’infiltrazione silenziosa nelle fessure
della vita. Nello sporco e nel composito, impara
a leggere unità.

L.

rené-magritte-les-liaisons-dangereuses

Les liaisons dangereuses – R. Magritte