Au final rien ne sera plus

Au final rien ne sera plus et tout
ce qui restera ne sera autre que ton image
– l’image que je me suis faite, dis-je, celle voilée
de mes rêveries, celle dépouillée du quotidien,
un ensemble intègre comme la vie
non vécue seulement pourrait l’être.

Au final la mort nous sera douce :
tu seras à moi, éternellement chéri
dans une lumière apaisante, et moi, sans pouvoir
le dire à personne, je serai à toi,
vouée à une idée qui me tue
le présent et qui me sauve de la réalité.

Au final il n’y aura plus que moi, mon amour
manqué. Le monde ne t’aura pas connu
et je t’aurai oublié en gardant
seulement l’impression de ton existence
possible, près de la mienne.

Au final, mon amour manqué, il n’y aura
plus que moi : j’espère, en ayant beaucoup perdu,
de ne pas avoir tout perdu.

L.

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Abbraccio – E. Schiele, 1912

 

Alla fine niente sarà più e tutto
ciò che resterà non sarà altro che la tua immagine
– l’immagine che mi sono fatta, dico, quella velata
dalle mie fantasticherie, quella spogliata del quotidiano,
un insieme integro come la vita
non vissuta soltanto potrebbe esserlo.

Alla fine la morte sarà dolce per noi:
tu sarai mio, eternamente custodito
in una luce confortante, e io, senza potere
parlarne a nessuno, io sarò tua,
votata a un’idea che mi uccide
il presente e mi salva dalla realtà.

Alla fine non ci sarò che io, mio amore
mancato. Il mondo non ti avrà conosciuto
e io ti avrò dimenticato conservando
soltanto l’impressione della tua esistenza
possibile, accanto alla mia.

Alla fine, mio amore mancato, non ci sarò
che io: spero, avendo perso molto,
di non aver perso tutto.

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione
– ambigua premura nel gioco
della quotidianità: si paga con la lama
d’ aria sul collo, il peso spostato
dall’altra parte del cuore. E al netto
dei giorni, ignoro leggerezza che sfugga
al vincolo di realtà.

Spazzolo i capelli dal lato dell’azione.
Lo specchio mi guarda incredulo
negli occhi: ancora tento di assomigliarmi,
ancora mi perdo. Tra i denti della spazzola
non resta che una traccia di te,
anima mia: spezzata, dispersa,
dalla polvere impara l’arte del ritorno
e l’infiltrazione silenziosa nelle fessure
della vita. Nello sporco e nel composito, impara
a leggere unità.

L.

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Les liaisons dangereuses – R. Magritte

Con passo stanco, raccolgo le spoglie.

Con passo stanco, raccolgo le spoglie.
La curvatura della schiena è un’affermazione
disincantata: non c’è più neutralità,
nemmeno qui. La pelle di ricordi me la trascino dietro;
ibrida creatura ofìdico-canina, io cambio muta
ma non l’abbandono, sotterro l’osso ed è per non perderlo,
per dissotterrarlo a piacimento.
Il fardello, floscio, torna a pesare
il peso di prima. Non c’è più neutralità;
la lancetta che ruota avverte dell’inevitabile
necessità di cambiare. Camminare sostare camminare…
Mi domando a chi compete – all’happening?,
a me? – di lasciar andare; chi guida il nuovo
e incasella il vecchio? Intanto l’incedere procede.
Continuo ad emigrare.
Mano nella mano con un fantoccio:
lui abbozza un sorriso lontano, forse piange da un occhio
e non parla. Ora so che siamo in due
a vivere senza cittadinanza.

L.

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Paesaggio con fuga in Egitto, A. Carracci, 1602-1604

Tempo al tempo

Occhi su altri paesaggi, orecchie su altre frequenze.

Ascoltare l’onda che sbatte
tra le mie mura, il rimestare spumoso
sempre antico sempre nuovo nel gioco
di maree dal seno al pube:
asseconda interni cicli lunari il moto
dei passi ad ogni bagno di realtà.

Sentire polmoni stomaco e sesso
inquieti in acque inquiete – ma chiare;
altresì, chiaramente percepire, all’ombra
di se stesso, arroccato il cuore.

Tempo al tempo, imparo a pazientare.
Aspetto l’onda che sovrasta, la fortezza che si inabissa:
il sentimento liberato.

L.

la grande onda di kanagawa hokusai 1829-1831

La grande onda di Kanagawa – Hokusai, 1829-1831

Mi chiedi se forse non sia il caso

Mi chiedi se forse non sia il caso
di accantonare le fragilità, di colmare il divario,
di camminarsi incontro.
Pure, mi chiedi, benché intrisa
dell’antica, una nuova diversa forma di resistenza;
lo stesso per la plenitudine, per i passi nondimeno.

Oppure: tu non chiedi niente. Sono io – io chiedo
e rispondo e cambio opinione e mi arrovello
vagheggiando un superamento che singhiozzi,
anestetizzante: pacificazione.

Ma sei la radice che mi è morta dentro;
nulla cresce più, sradicarla è dolore bifronte.

L.

Le lacrime di Freyja - Anne Marie Zilberman

Le lacrime di Freyja – Anne Marie Zilberman (errata l’attribuzione a G. Klimt, secondo http://restaurars.altervista.org/dentro-lopera-le-lacrime-freyja-la-falsa-attribuzione-klimt/

)

Maintenant que la main

Maintenant que la main
au visage connu et voilé, en tenant
ma tête vers le bas, grave
sur mon front un instant avant
la dernière velléité identitaire,
la guillotine du souvenir tranche
le souffle. Meurt dans la gorge
le dernier mot; du cou sort un soupir,
s’ouvrent les lèvres immobiles de la tête
à terre : pourtant, j’existe.

L.

SIlenzio - Fussli

Silenzio – Fussli

 

Ora che la mano
dal viso conosciuto e velato, tenendo
la mia testa verso il basso, s’imprime
sulla mia fronte un istante prima
dell’ultima velleità identitaria,
la ghigliottina del ricordo mozza
il respiro. Muore nella gola
l’ultima parola; dal collo esce un sospiro,
si aprono le labbra immobili del capo
a terra: eppure, esisto.

Ogni notte, con le mani ancora sporche

Ogni notte, con le mani ancora sporche
del giorno tra i miei passi falsi,
raccolgo, nella cavità concava
delle mie mani, i tuoi occhi. Guardo
ciò che non vedo più; ricordo, soltanto.
Ma il verde è ancora verde – per ora,
questo so – nonostante i castani e gli azzurri,
il loro sapore, il loro odore, il loro calore.
Evanescenze.

Verdi, li poso di nuovo nel barattolo,
sul comodino, accanto al letto. Penso:
sottovuoto non c’è vita. Nemmeno il masochistico
piacere dell’aria irrespirabile; la fine
c’è già stata, malgrado l’impreparazione.
“Lo sguardo è vuoto e fisso:
non muta nulla, ma cinge la forma
del presente”. Assassina, la subconscia intelligenza.

Verdi ancora, accanto. Immobili.
Li giro tra le mani, non li guardo più e giuro:
c’è un baule che vi attende. Magari domani…

L.

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Separazione – E. Much

 

 

 

04:21 a.m.

Insomnie
et moi, équilibriste de rêves fugitifs,
j’essaie de m’enfuir moi-même
de celle que je reconnais être ma réalité
cachée : croire tout conquérir,
tout contrôler, tout saisir
pour me retrouver après empêchée,
suivie partout par l’homme qui ne tue pas,
qui veut seulement l’éloignement
perceptible. Découvrir, enfin,
qu’il avait toujours été assis au fond
de ma chambre, près de mon lit
en me regardant dormir, en attendant mon réveil.
Découvrir, enfin, que son nom
chevauche chaque lettre de mon prénom.

Dehors, les oiseaux chantent déjà.

L.

fuseli-the-nightmare

  The nightmare – Fussli

 

Insonnia
ed io, equilibrista di sogni fuggitivi,
provo a sfuggire io stessa
a quella che riconosco essere la mia realtà
nascosta: credere di conquistare ogni cosa,
di controllare ogni cosa, di afferrare ogni cosa
per ritrovarmi poi impedita,
seguita dappertutto dall’uomo che non uccide,
che vuole soltanto la distanza
percepibile. Scoprire, infine,
che era sempre stato seduto in fondo
alla mia camera, vicino al mio letto
guardandomi dormire, aspettando il mio risveglio.
Scoprire, infine, che il suo nome
si sovrappone ad ogni lettera del mio nome.

Fuori, gli uccelli cantano già.

Che io sia qui, che viva

Che io sia qui, che viva
è un fatto di importanza
assai trascurabile.
Che io sia qui viva
e che respiri – a volte
a fatica – non ha lo splendore
dorato del privilegio, lo stupore
estasiato della meraviglia;
affatto credibile il palliativo
dell’unicità, l’alibi del destino,
il progetto della Volontà Superiore,
l’essenzialità della presenza…
Vana vanità l’orgasmica carezza
al proprio io: altro avrei potuto essere,
altrettanto compimento raggiungere.
Che io sia qui, che esista
è puro caso
in uno spazio del caso, in un tempo del caso.
Tuttavia, temo – ah, superbia dei manchevoli! –
di passare pur sapendo che il passaggio
nulla avrà cambiato al mondo
se non me stessa.

L.

sic transit gloria mundi scuola napoletana

Sic transit gloria mundi (Scuola Napoletana)

Si ritira il giorno nella corolla smerlettata

Si ritira il giorno nella corolla smerlettata,
nel guscio forato arretra,
mentre la cicala, stanco aedo sofista,
sa che non è più peccato cessare
d’intonare il canto: squisita confusione dei sensi
è prerogativa dell’ombra ch’evolve
– brullo il selciato, scomposti gli arbusti dimessi,
pericolanti le recinzioni, sparsi i boccioli nascosti,
indecisi gli stormi, irregolari i mattoni,
casuali erronei forse infantili i paesaggistici cromatismi –
in un senso di compiutezza momentanea.
Nessuno lo vede, anima mia:
al buio, la logica del caos è un ordine perfetto.

L.

jean-françois millet, contadina che brucia l'erba

Jean-François Millet, Contadina che brucia l’erba