#5 – À bientôt, ma belle Bologne!

Ogni circostanza visibile e concreta che avvertiamo come nuovo punto di partenza non lo è mai davvero: le radici dei nuovi inizi affondano più indietro nel tempo, difficile precisare con esattezza il momento, eppure ogni volta che crediamo di cominciare, in realtà, abbiamo sempre già cominciato.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. E’ ancora Agosto, ma l’aria odora già di Settembre, del nuovo anno che si dispiega davanti allo sguardo della mente. Chi non rinuncia a prestar fede alla legge del calendario pecca di superficialità. Impercettibilmente, progressivamente mutano la consistenza dell’aria, che si fa umida e fresca, e gli odori che trasporta, sfumano i colori, riprendono le attività e si formulano nuovi propositi accompagnati da una luminosità diffusa ma più flebile e gradualmente più cupa, quando lo strato di nubi si infoltisce a tal punto da far perdere le tracce del disco giallo del sole, da non permetterne l’identificazione in un punto del cielo. Settembre è la soglia del possibile, il pozzo di raccolta delle maturazioni dei mesi precedenti. Gli anni non iniziano a Gennaio e Settembre comincia gli ultimi giorni di Agosto.

Un passo, un altro e sono fuori dal treno. Mi sento leggera e non perché viaggio senza bagagli pesanti (anche se bisogna ammettere che avere soltanto uno zainetto è un buon aiuto). Avverto la leggerezza di chi, consapevole della pesantezza che il proprio animo si porta addosso e dell’impossibilità di sbarazzarsene con una scrollata di spalle, non può far altro che osservarla, studiarla dall’esterno per prendere coraggio e passarvi attraverso. C’è aria di progettualità. Il cielo emana una luce fuligginosa, più o meno forte a seconda degli spostamenti delle nubi, che, in un gioco di chiaro-scuri, ora accende, ora spegne i gialli e i rossi degli edifici. Il ripopolamento di questo ettagono di mattoncini e sampietrini è lento, o forse semplicemente nascosto nelle poche aule studio già aperte, nel caldo delle stanze affittate, e tuttavia costante. Isola e sirena, approdo e stimolo al viaggio, Bologna richiama a sé, dal temporaneo esilio, i marinai ospitati in altre terre. Su tutto, specialmente sul brulichio stranamente silenzioso delle vie, svettano le torri come fari.

 

21329423_10213988891986043_1442221870_oLa voce calda e roca di Guccini che mi sussurra all’orecchio ciò che io vorrei saper dire, guida il mio incedere; soltanto i semafori, subito gialli, mi costringono ad accelerare una lentezza che non vorrei modificare perché non c’è nulla da cui desideri scappare. Qui, sento che tutto mi appartiene e non c’è qualcosa che non voglia trattenere, anche il dolore ha il suo peso specifico che non può essergli negato.
Cammino di giorno, cammino anche di notte. Sotto la coperta buia del cielo sul quale, sparite le stelle, la luce dei lampioni soltanto si incastona; i miei passi sanno già dove dirigersi. Tremendo e sincero, Guccini mi ricorda che il tempo andato non ritornerà e io, impenitente, ignoro lui e quella consapevolezza, già presente tra le mie crepe, che continua a mormorarmi attraverso le cuffiette. Cerco il sapore dell’inizio, delle possibilità e di chi mi ci ha introdotta per mano. Il sapore della fine, l’allappante nostalgia che non desidera, ce l’ho già in bocca e non è ciò a cui voglio dare spazio. Non stasera, almeno.
Mentre scruto le finestre, preda di un letterario gioco voyeuristico, per scorgere i dettagli degli arredamenti e lo svolgersi delle esistenze, mentre l’odore di canne mi entra nelle narici come una fragranza femminile e si mescola a quello di piscio e a quello di detersivo sparso con le pompe sotto i porticati da pulire, penso a quante volte ho percorso le stesse strade. Quante volte non le ho cambiate, quanto non ho considerato, quanto ancora non conosco. Eppure, rincuorata da un senso di es muss sein che mi coglie davanti alla piazzetta di Chiesa San Francesco, so che stasera tutto ciò che vale è inseguire sul selciato le mie proprie orme per ritrovare ciò che sono stata, per guardarmi come sono.

 

Una abat-jour non mia e una marmotta che mi guarda sonnacchiosa, le pale del ventilatore inarrestabili contro la cappa di calore e le buste dei rifiuti accostate all’ingresso. Svuotata, questa casa fa paura, mette a disagio. Spogliata degli ornamenti resta soltanto quello che è: delle mura e un tetto digradante. Quello che è stato si perde nell’intonaco non più bianco, nella polvere nascosta sotto al letto, nel forno incrostato, nello specchio deformante, nell’attaccapanni improvvisato, nelle luci malfunzionanti e rotte.
Sto facendo qui quello che dovrei fare dentro di me: imbustare, buttare, conservare, pulire, ordinare, chiudere a chiave e andare via. Nulla da dimenticare, tutto da trattenere e, nonostante ciò, sebbene vi sia sempre qualcosa di nuovo da considerare e il trasloco sembri un’operazione infinita, partire.
Interne spinte centrifughe inducono ad intraprendere altri percorsi; lunghezza e intensità dei legami coinvolti non sono risparmiati. Ma come in ogni grande amore spezzato, pur sapendo che ciò che si potrebbe ritrovare avrà certamente cambiato fisionomia, l’impulso ad andare non è mai disgiunto dalla speranza di tornare, arricchiti, cambiati, forse più forti e decisi, senza aver mai smesso di pensarsi.

À bientôt, ma belle Bologne!

L.

Bologna è un’idea – Contributi dei lettori

I contributi ricevuti sino ad ora non sono tanti, è vero, ma io credo siano comunque importanti. Pur facendo riferimento allo stesso soggetto, Bologna, questi sguardi sono comunque diversi rispetto al mio ed è proprio questo ciò a cui miravo: ampliare, arricchire un’idea, come in un brainstorming in cui al nucleo centrale della mappa vanno ad aggiungersi i vari rami interconnessi tra loro. La tridimensionalità di un soggetto è determinata dalla molteplicità degli sguardi che si hanno su di esso.
Va da sé che se qualcuno volesse aggiungere qualcosa (opinione/sensazione/idea, versi o prosa, lunga o corta) , può farlo attraverso il modulo di contatto presente alla fine dell’articolo.
Su questo blog ognuno è il benvenuto.
L.

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(Scopri i pensieri dei lettori Continua a leggere

BOLOGNA E’ UN’IDEA – poesia e nuova proposta

Bologna è l’idea
del mondo che ti concede un angolo:
a te, al tuo gomitolo di disordine,
alla tua voglia di rivoluzione
in strada, in casa, in testa,
gridando in Piazza Maggiore
il tuo bisogno di essere parte
di quello che vivi, di essere presente
a quello che crei, di essere
semplicemente essere quello che sei.

Bologna è l’idea
dell’imperfetta straordinaria bellezza
che accosta pisciatoio di fortuna en plein air
alla grandezza che al tempo resiste;
è l’idea
che un’occasione in fondo esiste,
che qualcosa andrà meglio
e sarà il rifugio di un portico
a ripararti, o quello di un pub,
se anche piovesse tutto l’inverno.

Bologna è l’idea
dello spazio vivo perché condiviso,
dinamico perché aperto,
reale perché composito.
E la Controlla che saluta in Piazza Verdi
il musicista del Teatro Comunale
dichiara il sampietrino letto coniugale
come territorio di convivenza
non-neutrale che ha molto da dire
ad eccezione di: ‘uniformità’.

Allora, col calice in una mano
e una pinta nell’altra,
da lontano, brindo a te
Bologna mia meravigliosa:
tu madre, amica e sposa.


All’estero per qualche tempo, immersa nella novità di quest’esperienza, sulla mia faccia trova comunque spazio quel sorriso malinconico, a metà tra l’ebete e il sognante, di chi viene interrotto, nel bel mezzo del suo vivere, dalla rapida immagine di qualcosa di bello e lontano. Di mancante. E’ così che Bologna si fa ricordare da me. E’ così che ne scrivo, di getto.
Sono sicura, però, che Bologna,soprattutto per chi ne ha una percezione quotidiana, non sia sintetizzabile soltanto in questi pochi miei versi. Ognuno potrebbe aggiungere una sfumatura, un luogo, una sensazione, qualcosa insomma che renderebbe più ricca e densa l’idea che Bologna rappresenta.
Allora, per creare davvero un’immagine più vera e articolata di questa città, vi lancio una proposta:

SCRIVETEMI! Sfruttate il modulo di contatto che trovate qui sotto e scrivetemi QUALE IDEA RAPPRESENTA BOLOGNA PER VOI. La prossima settimana La mia amica coperta pubblicherà un articolo con tutti i vostri commenti – in forma anonima o esplicita, come preferite – e (..se nulla va storto) potrete votare quelli che più vi piacciono.

Nell’attesa di ricevere i vostri commenti, con l’arte del dubbio alla quale non so rinunciare, mi chiedo: si appartiene ad un posto perché vi è radicata la propria essenza o forse perché non se n’è trovato ancora uno al quale appartenere davvero?

L.

Bruges&Gand2016

(ITBruges è l’orecchino di perla del Belgio. Venata di vie piccole e strette, incorniciata dai tetti irregolari delle case di mattoncini, ornata dai fiori ai balconi e tra i tavoli dei bar, addolcita dai numerosi negozi di cioccolata, cullata dall’andirivieni dell’acqua dei canali, Bruges è affascinante e romantica.
Da fare: tour in barca sui canali; visita al museo del cioccolato; assaggiare le patatine fritte e il cioccolato belga; vedere la Piazza del Mercato e la Basilica del Santo Sangue; salire sul Beffroi… e molto altro ancora! (foto a seguire)

Gand è il lato gotico del Belgio. Severa, grigia e storica; anch’essa abbracciata dai canali, ricca di chiese e cattedrali; affascinante per la maestosità di certi monumenti. Il brutto tempo – tipicamente belga – non mi ha permesso di esplorarla come avrei voluto e ha probabilmente influenzato la mia percezione dei colori, perciò tornerò di nuovo per averne un’idea più precisa.
Da fare: vedere la Chiesa di San Nicola, la cattedrale di San Bavone, la Chiesa di San Michele, il Beffroi di Gand… e molto altro ancora! (foto a seguire)

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Inès si mette un braccio dietro la testa al posto del cuscino. Le ci sono voluti giorni di solitudine, forzata e in parte anche cercata, l’anima pesante e un po’ di fortuna per accorgersi che dalla sua camera, se lascia la tendina alzata, può vedere il cielo restando lì distesa. Nulla di eccezionale, una banalità; eppure le fa bene.

Ci sono momenti a volte in cui lo spirito è irrequieto senza ragione apparente, difficile da placare perché le cause prime di quei movimenti sotterranei restano opache. Poco importa che risultino tali per mancanza di tempo o voglia di indagarle a fondo, per il bisogno di sentirsi in qualche modo pieni o per la punta di masochismo che fa desiderare il dolore dolciastro del raccontarsi ciò che manca. Semplicemente accade. E questo cielo stellato ha il sapore di una consolazione,  è il dito amato che asciuga l’incavo dell’occhio prima che pianga.

Guarda in alto per un tempo che non saprebbe quantificare, fino a chiudere gli occhi. Così, con le palpebre calate, il braccio sempre dietro la testa al posto del cuscino e le tempie che pulsano, sente che il cielo bussa sul vetro della finestra, preme, chiama, vuole attenzione e “pesa come un coperchio”. Si gira verso il muro, coperta a metà fingendo di non esserci. La sensazione di essere osservata però non se ne va e neanche tirare la coperta fino alle orecchie serve a qualcosa.

Non guardarmi più cielo! Per oggi basta così, una riflessione alla volta. Se mai ci sarà un momento in cui ricomporrò i pezzi di questa esistenza non sarà di certo questo.

Così però fa caldo davvero, suda e il piede fuori dalla coperta non rinfresca abbastanza. Si alza e apre la finestra. Lascia che insieme alla brezza notturna entri anche il cielo, lascia che le si stenda a fianco. Si gira comunque verso il muro, di nuovo.
Non sono pronta per fare l’amore stanotte… un cielo di stelle… troppo romantico, non sono pronta davvero. Stanotte mi è sufficiente dormire.
A domani pensiamo domani.

L.

 

#4 – Attraversare e attraversarsi


IMG-20160809-WA0027.jpgInspira
.
Fresca, pulita, l’aria scende ai polmoni come se fossero il suo destino. Rigenera e riempie.
Espira.
La montagna, un attimo prima raccoltasi dentro di te, è di nuovo fuori. Rocce, fiori, nuvole, prati sono stati sentiti e tornano a prendere il loro posto all’esterno. Solo ora la montagna è realmente visibile, solo dopo che la si è respirata.
Contempla.
Ammira.
Stupisciti.
Ammutolisci.
La montagna è imperativa, ha le sue leggi e parla per punti esclamativi che l’eco poi riverbera.Impara ad ascoltarli e sarai pronto per dialogare con lei.
La montagna è un rito di iniziazione.
Inizia a camminare.


2.015 metri: la cabinovia ci lascia qui, in aperta montagna a guardarci intorno entusiasti al pensiero della nostra piccola avventura. Ci diamo giusto il tempo di rifocillarci e di rilassarci, poi partiamo, sommariamente attrezzati e spavaldi quanto basta per iniziare a camminare rimbeccandoci l’un l’altro, scherzando.  Ma la fatica non tarda a farsi sentire: più il percorso disperde il suo lato erboso lasciando spazio alla bianca pietra, più la salita, l’alta quota, lo sforzo impongono attenzione e giusto dosaggio di energie. Improvvisamente tacciamo quasi del tutto e, mentre continuiamo la marcia su quell’unico sentiero che serpeggiando si avviluppa su per l’altura, il nostro respiro affannoso si disperde nel vuoto.
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Allo specchio. Tu,me. (2013)

I desideri non si fermano mai: nascono, crescono, si evolvono, si trasformano, ma non muoiono. I desideri fanno continue proposte.
Se potesse sceglierebbe di vivere nel punto dove il mare diventa cielo e il cielo si frantuma e cade a picco in acqua (… è lì che c’è l’incanto). Perché, se avesse potuto, avrebbe scelto per sé una vita più vera. Quella che tiene in verticale la mente, quella che sempre ti riempie.

Mi siedo davanti allo specchio, allargo le gambe, poggio i gomiti sulle ginocchia e abbasso la testa; poi alzo lo sguardo e vedo lei. Lei che sovente decide di andare, ma sempre qualcosa la spinge a restare.
Resta sempre là, in quel mondo ordinato di penne allineate sul banco secondo una precisa sequenza, di quaderni protetti dalla copertina in plastica, di valutazioni eccellenti e sofferte. Un universo di inappuntabile autocontrollo ed assenza di disordine. … Quante assenze nella vita!

 

Henri_de_Toulouse-Lautrec_ La toilette (tu, me)

Nella semioscurità in cui nulla sembra avere confini e l’inconsistenza delle ombre non riesce a riempire i vuoti, filtrano nella stanza i primi raggi dell’alba. Lo sa che sono qui e che la guardo, lo sa che non me ne andrò finché non metterà i suoi occhi dentro i miei.
Appoggio lo sguardo sui suoi fianchi ossuti, tristemente inospitali alla vita. Mi soffermo sullo scheletro delle mani, opache e abbandonate, desiderose dei frutti che non hanno colto.
E’ giunta un’alba ancora ed io lo so che non ha dormito tutta la notte. Sembra finta, sembra fatta di pasta onirica e, invece, è reale, è viva. Espira profondamente, come se dovesse dissolvere nell’aria tutta se stessa.

Ora io accarezzo il mio viso spigoloso, premo un dito nell’incavo dell’occhio; cancello quell’unica lacrima che si è formata, spingo e respingo dentro me quelle che vorrebbero liberarsi. Libere dalla gabbia. Se piango … “rompo le righe”.

Vedo il suo riflesso nello specchio: ha in sé i segni dell’abbandono ed al contempo è altera e fiera. Un guizzo nello sguardo è collerico, ma poi subito dimesso e stanco. La linea delle labbra rimanda alla sua voce meravigliosa: la sua bocca aveva sempre cantato in maniera sublime. Ora, invece, vomita e resta silente e serrata.
E’ arduo fare i conti con un mondo che ami, a volte, e che disprezzi, altre volte. Il mondo pretende il meglio e finisci per esistere soltanto in funzione della tua parte migliore. Molte parole spese sul suo conto; giudizi più che altro. Ha imparato così il controllo. Ha controllato la paura, l’incertezza, gli stati d’animo, le emozioni. Ogni conquista non è mai stata un vero traguardo, ma sempre un punto dal quale ripartire. Ora controlla la fame e abbraccia il silenzio e pensa che questo sia miracoloso. Cerca di scomparire per essere più presente ed ha scelto il silenzio per urlare.

Sicuramente non saprei dire se la fanatica ricerca di qualcosa di veramente puro sia nata con me o mi sia stata insegnata. Mentre guardo la donna che mi sta di fronte penso con affetto a mia madre e alla sua distaccata vicinanza, agli ossimori della mia vita. Sofferenza e gioia. Abbandono e controllo. Con l’immaginazione mi pongo alle mie spalle, alle spalle della donna che sto osservando. Comincio la risalita lungo la magrezza della sua schiena, con un battito di ciglia le sciolgo i capelli, con due la stringo a me.

Rischiare di vivere o rischiare di morire?

L.

 

(Henri de Toulouse-Lautrec, La toilette)

Lettera di Nickolas Muray a Frida Kahlo

Cara Frida,
ti avrei dovuto scrivere molto prima. E’ un mondo difficile quello in cui tu e io viviamo.
So la tua disperazione, quando ti ho lasciata a New York, ma la mia non è stata minore. E ho sentito tutto sulla tua partenza da Ella [Paresce].

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Una biografia dolce, scorrevole, emotivamente viva dell’intera personalità di Frida.

Non ero sconvolto o arrabbiato. Sapevo quanto eri infelice, quanto avevi bisogno dell’ambiente che ti è familiare, dei tuoi amici, di Diego, della tua casa, delle tue abitudini.
Sapevo che New York ti bastava soltanto come un sostituto temporaneo e spero che al tuo ritorno tu abbia ritrovato intatto il tuo rifugio. Di noi tre c’eravate soltanto voi due. L’ho sempre sentito. Me lo dicevano le tue lacrime quando sentivi la sua voce. Quell’uno che io sono ti sarà grato in eterno per la Felicità che la metà di te gli ha così generosamente dato.
Mia carissima Frida – come te sono stato affamato d’amore vero. Quando sei partita, ho saputo che era tutto finito. Il tuo istinto ti guidava con tanta saggezza. Hai fatto l’unica cosa che era logico fare, perchè io non potevo trapiantarmi da New York al Messico per te e ho imparato quanto questo fosse essenziale per la tua felicità…
Curiosamente il mio affetto per te non è cambiato, né cambierà mai. Spero che tu lo capisca. Vorrei avere un’occasione per provarlo. Il tuo quadro per me è una gioia. Molto presto ti spedirò il ritratto a colori che ti ho promesso. In questo momento è esposto al Los Angeles Art Center.
Di te voglio sapere tutto quello che tu desideri farmi sapere.
Con affetto, Nick.

 

 

Fantasmagoria meccanica

Il molo, solo il molo in mezzo alla luce che inondava il paesaggio, era impacchettato in una coltre di nebbia. Un bacino di inconsistenza che sfumava i contorni. Si era improvvisamente catapultati in una scenografia posticcia di ombre e non di forme. Il sole, così offuscato, ne era l’unico malfunzionante riflettore.
Fu necessario essere lì più che altrove. Addentrarsi nella nebbia fu come scendere progressivamente in se stessi. Addentrarsi nella nebbia per trovare il senso, che non è mai nitido e risolutivo, ma grigio e interrogativo. Trovarsi lì significava essersi imbattuti nella corrispondente rappresentazione esterna della propria condizione interna, aver  creato un ponte attraversabile sull’abisso.

the-deep-pollocl - un abisso da evitare o da perdercisi dentro

The deep – J. Pollock

Un passo dopo l’altro, percorse un tratto di quel molo fumoso. L’orizzonte risultava inaccessibile allo sguardo e così pure la strada per esso. Soltanto guardando in basso erano rintracciabili le coordinate necessarie all’incedere: il muro a destra, i tripodi a sinistra. Scorci di materialità solida e reale, utili, certo, ma non indispensabili. Conosceva quel posto – ci andava spesso e per ragioni diverse – perciò, quando si trovò circa alla metà, lo avvertì e si fermò. Poi si voltò ad osservare la dispersione dei passi fatti fin lì.

Una serie di panchine equidistanti tra loro erano fissate al muro bianco alto ruvido. Si sedette.
Davanti a sé l’acqua si muoveva appena e soltanto per uno strano gioco allucinatorio di luccichii che si allontanavano come stormi. La luce si stava facendo largo nel cielo caliginoso concentrandosi in un unico punto. Improvvisamente tutto apparì talmente preciso che pensò: – Mi siedo nel punto in cui mi sdoppio, l’Altro che si manifesta sono io. Posso osservare solamente la bonaccia che mi si mostra di fronte, è vero, tuttavia ora so che esiste un Aldilà del muro che, pur non manifestandosi nelle sue fattezze più esplicite, riesco ad avvertire distintamente come fosse proiettato davanti a me nella sua totalità.   –  Fu una completa scomposizione: la figura era stata smembrata, i contorni erano svaniti, i piani si intersecavano. La tragedia di un sistema e la nascita di un mondo. Il lampo che illumina il più brutale degli assassinii e il più dolce degli amplessi. La vita condensata in un istante: un mostro composito il cui numero di teste, occhi, bocche, arti varia al variare delle persone che rappresenta. Il precedente spaventato disgusto per il polimorfismo umano appariva ora un’affascinante forma di compiutezza, talmente perfetta da far provare una strana sensazione di pace, come una riconciliazione. Finalmente.
Passò un motoscafo, rientrava in porto. L’uomo che vi era sopra, assorto nei suoi pensieri, era incurante del molo e di chi lo osservava da lì, ma la Visione ormai si era interrotta: la riconciliazione è una prerogativa esclusiva della solitudine, il contatto umano – in quanto confronto – genera inevitabilmente irrequietezza e conflitto.  Si sentì immediatamente pesante, preda del disorientamento di chi, persi tutti i punti di riferimento, deve crearne di nuovi a partire dall’evanescente e dal confuso. Fu naturale allora alzare gli occhi al cielo, spazio etereo fonte di conforto per quelli che hanno bisogno di credere in qualcosa. Vide che il monte dall’altra parte della baia stava pian piano emergendo, la nebbia scendeva verso il basso come un sipario che cade e svela la scena. Lo strappo nel cielo di carta. L’inganno che si scopre all’improvviso, quando si smette di guardarsi i piedi e si solleva lo sguardo.
Forse tutto ciò era servito a scavare più a fondo dentro di sé, eppure l’unico risultato era stato un cumulo di domande maggiore rispetto a quello di partenza, nessuna risposta e un’unica dubbiosa certezza: la perdita di senso è il senso stesso.

L.

Voyerismo. Affacciarsi sulle vite degli altri.

La guardo e penso sia la cosa più bella della mia vita.
Che cosa ho fatto (o che cosa non ho fatto) per meritarmela? Sicuramente dovrò ripagare in qualche modo la grazia divina dal momento che non fa mai niente per niente, come gli uomini. E io non sono mai stato un buon vassallo. Ho sempre sentito parlare i delegati di Dio, rispettabile signore calato pienamente nella parte, perché lui non si è mai mostrato.. e allora perché dovrei credergli? Ci sono un sacco di cose che non mi convincono di lui, sono davvero tante. Credo di non crederci e tuttavia so che dovrò rendergli conto. Credo di essere nevrotico.

Scatti rubati alle esistenze degli altri. Pellicole di vite mai vissute. Fotogrammi di pienezza non tua.

Scatti rubati alle esistenze degli altri. Pellicole di vite mai vissute. Fotogrammi di pienezza non tua.

La guardo e penso sia la cosa più bella della mia vita.
E’ perfetta. E’ perfetta perché somiglia tanto a sua madre che invece non lo è affatto nel suo continuo, insistente rimarcare la mia ormai da me accettata inettitudine. Le unghie piccolissime, sottilissime sulle manine paffute tra qualche anno saranno la tela trasparente di estetiste a basso costo. I dentini da latte, così piccoli leggermente distanti tra loro, cadranno per lasciare spazio agli altri, più robusti duraturi e radicati. Ora che ci penso, sono quasi certo che i denti assomiglino alla vita: crescono, cadono, si rialzano per stabilizzarsi, dritti oppure storti, raddrizzati con l’aiuto oppure lasciati andare al loro corso. I denti stanno alle persone come la crescita sta alla vita.
E’ perfetta perché l’unica rappresentazione concreta delle mie capacità tradotte in atto. Le stesse capacità che emergerebbero  se solo abbandonassi le inutili sicurezze di uomo che non ha mai provato realmente ad esserlo. La amo, profondamente. E’ la conquista, è la vittoria di tutta una vita. Potrei anche morire adesso se non sentissi di dover proteggere questa sola dimostrazione non cercata ma straordinariamente riuscita della mia capacità di incidere sulla vita. E nonostante il mio desiderio (o la mia ossessione) di protezione, so che poco importa cosa io abbia in programma per lei. Ci sarà qualcuno che potrà intrecciare le mani con le sue (..smaltate, forse), che le passerà la lingua sui denti (..chissà come le cresceranno?), che nell’intimità le passerà le dita tra i capelli (…e Dio solo sa – se esiste- in quale altro posto).
So che sembra assurdo detto da me, ma io voglio che sia artefice della sua vita più di quanto lo sia stato io, voglio che si sporchi le mani col fango della vita e che abbia la possibilità di trovarci l’oro, lì in mezzo, se mai dovesse esserci. Allo stesso tempo, però, il senso di debito nei confronti di non-so-più-nemmeno-chi/cosa  per avermela donata è così forte che temo, come una lupa coi cuccioli, che qualcuno possa portarmela via. Via da me che l’ho creata pur essendo inadatto alla vita.

Quell’uomo la fa giocare ma non mi spaventa. Lei guarda me mentre si diverte, sorride della bolla che ha generato e io non sono più io, io sono suo padre.

L.